L’artrite reumatoide e le spondiloartriti sono malattie infiammatorie croniche delle articolazioni e dei tendini degli arti e della colonna vertebrale le cui cause sono ancora sconosciute. Queste affezioni sono causa di dolore, compromettono la funzione articolare e se non trattate provocano danni irreversibili alle strutture colpite che rendono disabile il paziente.

L’artrite reumatoide è un poliartrite cronica (interessa, cioè, più di 5 articolazioni) che predilige i polsi, le caviglie e le piccole articolazioni delle mani e dei piedi. Le spondiloartriti sono un gruppo di affezioni che hanno in comune manifestazioni cliniche e predisposizione genetica in massima parte legata all’antigene di istocompatibilità HLA-B27. Fanno parte del gruppo: la spondilite anchilosante primitiva, l’artrite psoriasica, l’artrite associata alle malattie infiammatorie croniche dell’intestino (la colite ulcerosa e la malattia di Crohn), l’artrite reattiva (ad insorgenza dopo un’infezione dell’intestino o delle vie urinarie) e forme che, non rientrando in nessuna delle categorie precedenti, sono dette indifferenziate.  Se la caratteristica fondamentale dell’artrite reumatoide è l’infiammazione della membrana sinoviale delle articolazioni, quella delle spondiloartriti è, invece, l’entesite, l’infiammazione, cioè, dell’inserzione (o entesi) di tendini e ligamenti sull’osso.

Lo scopo della terapia farmacologica dell’artrite reumatoide e delle spondiloartriti è lenire il dolore, migliorare la funzione e la qualità della vita ed arrestare la progressione del danno alle articolazioni. I primi obiettivi possono essere raggiunti, sebbene parzialmente e non sempre, con l’uso del cortisone e dei farmaci anti-infiammatori non cortisonici. Tali farmaci non sono, però in grado, di contrastare l’evoluzione del danno strutturale. Quest’ultimo obiettivo richiede l’impiego dei “farmaci di fondo” come il methotrexate, la salazopirina, la leflunomide, la ciclosporina e la clorochina. Purtroppo tali farmaci non consentono di raggiungere l’obiettivo dell’arresto dell’evoluzione delle lesioni articolari nella maggior parte dei pazienti trattati.

Fortunatamente, la ricerca ha messo a disposizione, dai primi anni del nuovo millennio, i farmaci biologici. E’ necessario subito chiarire che l’aggettivo biologico utilizzato in questo contesto non corrisponde a quello impiegato nel campo alimentare. Un alimento biologico è un prodotto genuino, non contaminato. Al contrario, il farmaco biologico è definito in questo modo perché costruito in laboratorio con tecniche di biologia molecolare. Pertanto è sempre un farmaco e come tale ha indicazioni, controindicazioni ed effetti collaterali. Al fine di evitare la confusione, i farmaci avrebbero dovuto essere definiti “biotecnologici” sin dal primo momento, cioè, dal loro inserimento nel prontuario terapeutico. Rispetto ai farmaci tradizionali, quelli biotecnologici sono più efficaci sul dolore e sulla compromissione funzionale e sono in grado di contrastare la progressione del danno alle articolazioni.  Essi funzionano tanto meglio quanto prima sono somministrati nell’evoluzione della malattia. L’artrite reumatoide e le spondiloartriti causano danni importanti già nei primi anni della malattia ed un intervento precoce, non solo può limitarli, ma anche impedire che insorgano. L’avvento dei farmaci biotecnologici ha, perciò, reso ancora più pressante rispetto al passato la necessità della diagnosi precoce dell’artrite reumatoide e delle spondiloartriti, obiettivo che il reumatologo può raggiungere soltanto avendo una stretta collaborazione con il medico di medicina generale che rappresenta, nel nostro sistema sanitario, il primo dottore a cui si rivolge il paziente quando compaiono i sintomi della malattia.

Due punti oggi ostacolano l’uso più diffuso dei farmaci biotecnologici: i costi e la non conoscenza degli effetti collaterali a lungo temine. Per quanto riguarda il primo punto, è necessario far notare che i nuovi farmaci hanno un costo maggiore rispetto ai farmaci tradizionali. Un anno di terapia biologica costa circa 10.000 euro. E’ un costo che non ricade sul paziente dal momento che il nostro sistema sanitario, fra i migliori del mondo, concede il farmaco quando il paziente abbia una diagnosi sicura di artrite reumatoide o di spondiloartrite ed abbia una malattia molto intensa che non ha risposto alla terapia tradizionale.  Studi di farmacoeconomia hanno stabilito che il costo del farmaco biotecnologico è abbondantemente compensato dal risparmio che è possibile ottenere evitando ricoveri, interventi chirurgici, cicli di terapia riabilitativa e riducendo di molto i giorni di assenza dal lavoro. Le malattie reumatiche croniche come le spondiloartriti e l’artrite reumatoide hanno, infatti, un costo molto elevato per la società. Per quanto riguarda il secondo punto, cioè gli effetti collaterali a lungo termine, i registri costruiti in diverse nazioni con l’inclusione anche di pazienti che assumono i farmaci biotecnologici da molto tempo hanno stabilito che, dopo molti anni di terapia continuativa, l’insorgenza dei tumori e di altre problematiche importanti non è diversa da quella della popolazione generale che non assume il farmaco.

In conclusione, il nuovo millennio ci ha consegnato farmaci che hanno migliorato notevolmente la prognosi delle malattie reumatiche infiammatorie croniche. Siamo appena all’inizio della nuova pagina che si è aperta, perché sono all’orizzonte molte nuove molecole che abbasseranno il costo della terapia biotecnologica e ci consentiranno di trattare, sempre meglio, un numero sempre maggiore di pazienti.

 

dott. Ignazio Olivieri

Direttore Dipartimento Regionale di Reumatologia,

Ospedale San Carlo ed Ospedale Madonna delle Grazie di Matera

Anno 2015